Lisbona: la mia finzione


La mia finzione, il mio dolore, la poesia entro cui Lisbona si dispone alla scoperta del mio narrare, si potrebbe, dunque, chiamare Zuleica. 

Una femmina, come quelle che piacciono a me, quelle che solo il sud è capace a partorire: pelle olivastra, capelli mori, occhi scuri come un legno che l'incendio ha abbrustolito... una femmina di quelle che sanno di selvaggio, ma non sono selvaggina. 

Tra tutte le bellezze, pur in caduta libera, che questa città rivendica, almeno sui dépliant dei tour-operator, sarà lei il monumento che finirò per esplorare. 

Non il Castelo de São Jorge, che domina il quartiere Alfama, solo sopravvissuto al devastante terremoto di metà Settecento; non il Monastero dos Jerónimos, da cui ancora sbraitano le spoglie immortali di Vasco da Gama, Luis Vaz de Camoes, Amália Rodrigues e pure il mio Fernando; non il Cristo Rei, che con un occhio osserva la città e con l'altro cerca verso Rio (de Janeiro) suo fratello maggiore; non La Torre di Belém da cui partì Vasco de Gama per conquistare l’Atlantico; non la Praça Marquês de Pombal, da cui si estende lo spoglio Parco dedicato a Eduardo VII; non l'elettrico 28, l'antico tram su rotaie che dal primo ventennio dell'Ottocento attraversa tutta la città e men che meno la Antiga Confeitaria de Belém, la storica pasticceria che ha dato i natali ai famosi pastéis de nata, monumento della dolciaria portoghese... 

Niente di tutto questo incanterà il mio sguardo. 

Ma Zuleica, Zuleica sì.

A lei, che se ne sta seduta sul piccolo parapetto che costeggia il Tago, e non si capisce se bacia il sole o si fa baciare, a lei dedicherò la mia finzione.

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Sono qui raccolti, in forma narrativa, i viaggi di Massimo Silvano Galli alla scoperta di questo e altri mondi con le sue strane forme di vita e civiltà, fino ad arrivare là, dove nessun uomo è mai giunto prima.